Don Bosco, i Giovani e la Solidarietà

27.01.2011

Festa di Don Bosco: 31 gennaio

Don Bosco credeva nel valore sociale del volontariato, com'è dimostrato dalle numerose testimonianze di quanti hanno condiviso l'eroicità delle sue scelte. Fu proprio lui che nel 1854, incoraggiò i ragazzi più grandicelli ad assistere i malati di colera nel lazzaretto di Torino. Lo spirito solidaristico e il coinvolgimento degli stessi giovani nella realtà territoriale, rappresentava per Don Bosco, uno dei pilastri portanti del suo sistema educativo ed era un'autentica "scuola di cittadinanza". I giovani più bisognosi e a rischio, costituirono un campo privilegiato della sua missione che si avvalse anche della collaborazione di educatori, tra i più giovani, e particolarmente sensibili alle problematiche sociali. Per Don Bosco il giovane era sempre al centro di un progetto di vita ispirato all'unicità della persona e al valore della sua esistenza. Egli veniva gradualmente introdotto nelle dinamiche di crescita individuale e nelle strategie d'integrazione sociale. L'approccio positivo e responsabile nei confronti di se stessi e della vita, la certezza di essere "speciali" agli occhi di Dio, erano per Don Bosco, presupposti fondamentali dell'educazione e di un cammino costante di maturazione umana e cristiana. Promuovere la cultura della solidarietà, significava per Don Bosco, aumentare la consapevolezza della necessità di contrapporsi a quella forma di ostinato egoismo di cui era affetta la società torinese. L'educazione e l'approfondimento dei valori etici ed umanitari, dovevano contribuire a creare nei giovani una mentalità del tutto nuova, in grado di trasformare la vita e di cogliere nuove opportunità. Don Bosco puntava a promuovere, nei ragazzi, atteggiamenti di servizio disinteressato e senza pretese. Il tutto condito con una buona dose di ottimismo e genuina allegria. Solidarietà voleva anche dire far leva sulle risorse interiori delle personalità più a rischio, intrappolate in una catena di scelte sbagliate. Per il santo dei giovani, il volontariato era dunque, "una scuola di vita, un fattore peculiare di umanizzazione", di apertura ai valori umani e sociali. 
L'avvento della prima industrializzazione spinse decina di migliaia di immigrati a lasciare le campagne in cerca di lavoro. In un contesto di moti risorgimentali, di rivoluzioni e di incertezze sociali,  il numero dei ragazzi abbandonati, maltrattati e sfruttati aumentava vertiginosamente. Persino le carceri erano piene di giovani che avevano scelto la strada del crimine. Ed è proprio qui, a Torino, dove si respira un evidente disagio sociale e morale che Don Bosco esercita la sua missione di solidarietà a sostegno degli emarginati, dei deboli, e di coloro che non possono contare sull'aiuto degli altri. Stravolge, così i canoni di una società che dava poca importanza al mondo giovanile, dove allegria, senso di responsabilità e solidarietà erano realtà del tutto sconosciute e senza valore esistenziale.
In un periodo di trionfante liberalismo, Don Bosco ebbe il coraggio di dire: "Nessuna politica. Fare del bene a tutti, del male a nessuno. Questa è la mia politica".
La solidarietà di Bosco è "una solidarietà moderna, concreta, operosa; che coltiva il senso sociale del lavoro, il rispetto reciproco e l'aiuto fra compagni, la sinergia fra studio e lavoro, il senso civile e sociale".
Rinsaldare i vincoli fra solidarietà e responsabilità, fra dimensione religiosa e quella umana, voleva dire riconoscere e rispettare la dignità dei giovani, accompagnarli nella loro crescita e aiutarli ad inserirsi nel mondo del lavoro.
La tangibilità del suo amore per i giovani è testimoniato dall'apertura di laboratori di sartoria, calzoleria, falegnameria, legatoria, tipografie, dall'istituzione di  convitti, scuole domenicali, serali e di musica. "Anticipazione pragmatica, moderna e concreta, di alcuni fra i principi fondamentali della Costituzione del 1948, e cioè il principio solidaristico, quello personalistico, quello del lavoro". Don Bosco si circondò di una rete di collaboratori ispirati dagli stessi valori e ideali. Si adoperò per unire tutte le forze a disposizione, tralasciando quegli aspetti che, invece, potevano essere motivo di divisione o dispendio di energie positive. Diede ampio spazio al protagonismo giovanile e tutto doveva essere canalizzato per vivere la dimensione laicale nella sua essenza più profonda.

Concludiamo ora, con le parole che Don Bosco rivolse il 30 giugno 1887 al chierico Tomatis, dove ribadisce il suo costante impegno di solidarietà e di amore per i giovani: "Carissimo, Tu pensi a me, t'immagini di parlarmi e di ricevere la benedizione. Mio caro figliuolo, ti dirò anch'io che penso a te. Vedi, quando io son solo, nella quiete e nel silenzio della sera, io vi vedo tutti, miei diletti figliuoli, uno ad uno vi passo in rassegna, penso ai vostri bisogni, al modo di provvedervi il meglio che sia possibile secondo il temperamento e il carattere d'ognuno di voi e poi vi benedico.
Oh se poteste conoscere tutto l'affetto che ho per voi tutti, miei cari figli ... Pensa dunque, caro Tomatis, se non prego per te! Sta pur tranquillo che don Bosco finché avrà vita non lascerà passare un sol giorno senza aver pregato fervidamente per voi, senza avervi benedetto...".






 
 
           

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