"Quale futuro per la popolazione indigena detta Nuba"?
08.07.2011Indipendenza Sud Sudan
Un'indipendenza, quella del Sudan carica di problematiche e si sente già il gusto amaro del fallimento e si avverte un profondo stato d'animo di impotenza e di vaga inquietudine per "questo paese sconosciuto, bistrattato, oppresso ..., piegato da una guerra fratricida antica di vent'anni, ancora segnato da secoli di scellerata oppressione straniera che tutt'ora continua, anche se mascherata da fasulle cooperazioni di stati interessati ad esercitare il controllo economico o politico sul Paese..." (Roberto Salvai - "Sentieri di Nubia"). Un paese che evoca immagini di distruzioni, violenza, conflitti e instabilità.
Pomo della discordia: la gestione delle risorse petrolifere meridionali, e Abyey resta "una terra contesa" e nessuno sembra comunque voler rinunciare alle immense ricchezze del suo sottosuolo. Persino Juba non si dice disposta a tirarsi indietro nonostante l'esportazione dell'oro nero dipenda interamente dalle infrastrutture del settentrione e dal porto sul Mar Rosso. Sale così la tensione nel paese e la gente fugge da Abyey in seguito agli scontri tra le opposte fazioni.
"... L'essenza del deserto - ha scritto qualcuno - non sono i paesaggi, i colori del cielo, le notti stellate che mozzano il fiato: l'anima di un viaggio tra le sabbie sono gli uomini che le abitano, e che giorno dopo giorno lottano per sopravvivere...".
Sui nuba, una fiera popolazione indigena che vive nella cosiddetta regione del Nilo Blu e precisamente sui Monti Nuba nel Sud Kordofan al centro del Paese, in una terra fertilissima, meglio conosciuta come "giardino del nord" ed epicentro della controversia tra il governo di Khartoum e quello del Sud Sudan, incombe il pericolo di un nuovo genocidio.
I nuba un popolo antico composto da una cinquantina di etnie, ciascuna con un nome, una lingua e tradizioni particolari e che nel 2003 contavano oltre un milione di persone, si possono definire un popolo dimenticato, un popolo in fuga dai continui attacchi del governo sudanese. Lo scenario che si presenta oggi è drammatico: Khartoum ha deciso la chiusura delle vie di comunicazione verso il sud dove ora mancano cibo, acqua potabile e scarseggia il carburante. Le strutture sanitarie e il servizio di trasporto sono inadeguate o del tutto inesistenti. Aumenta il numero dei bambini malnutriti e la gente, alla quale il 9 gennaio scorso è stato finanche negato il diritto di votare per il referendum sull'indipendenza del Sud è messa ogni giorno a dura prova per i continui bombardamenti e per le violenze sulle donne e sui bambini.
Secondo i recenti dati, sono scomparse più di 3000 persone, alcune sono state uccise o sono disperse e il leader Nuba, Abdelaziz Adam al-Hilu ha fatto sapere che più di 50 città e villaggi sono stati bombardati e su una popolazione di circa 2,5 milioni, 400/500 mila persone sono scappati oltre confine, dal sud del Sudan (l'ONU parla di 120 mila profughi).
Questa gente che senza vacillare si è schierata con il sud e fin dal primo momento si è battuta al fianco dello Spla (Sudan People's Liberation Army/Movement), chiede ora di uscire dall'incubo della ghettizzazione e che sia rispettata la loro lingua, la loro cultura e le loro religioni. Si appellano al diritto inalienabile di vivere sulle loro terre per continuare le tradizioni dei loro padri. Non è la corsa al petrolio quello che conta per questo popolo ma il riconoscimento di una loro identità culturale diversa da tutte le altre. Non sono gli interessi economici o strategici alla base delle loro rivendicazioni ma la custodia di un'antica sapienza che si oppone ai sistemi culturali egemoni e che intende preservare la propria identità e la libertà di scelta e di pensiero. Chiedono che venga loro riconosciuta un'autonomia amministrativa e garantita la tutela e la valorizzazione delle proprie risorse naturali.
Il sogno di essere parte integrante del Sud, dopo la proclamazione ufficiale dell'indipendenza dal nord, è stato spezzato dopo che l'Accordo globale di pace tra il Governo del Sudan e il Movimento di liberazione popolare del Sudan ha stabilito che i Monti Nuba, ufficialmente parte dello Stato del Kordofan meridionale, rimanessero al nord. "Ancora una volta - racconta un giovane nuba - siamo stati trattati come merce di scambio nel confronto tra Juba e Khartoum".
Affascina la determinazione, la resistenza e la dignità di questo popolo che lotta per non scomparire dal mondo e dalla storia, per non essere relegato ai margini della vita politica e sociale del paese e che chiede alla comunità internazionale di non dimenticare gli splendori di un'antica cultura che, a partire dal XV secolo a.c., ha dovuto purtroppo subire vent'anni di guerra civile e di rappresaglie sanguinose. "La loro storia di sofferenza e schiavitù - è stato scritto - riassume la storia dell'Africa intera". Senza dubbio, la posizione geografica ha contribuito al loro isolamento logistico e l'attaccamento alle tradizioni e alla loro religione ancestrale ha frenato, in qualche modo la diffusione della cultura araba e mussulmana.
Lo spettro di un prossimo "darfur" per la popolazione dei Monti Nuba, sembra materializzarsi con l'avvento delle celebrazioni per la seccessione del Sud fissata per il 9 luglio.
Un antico aforisma dice: "Solo I morti hanno visto la fine della guerra". Tutti ci auguriamo che non sia così per questa gente.
"Si può solo sperare che la volontà di pace e riconciliazione prevalga anche nel nord e che il regime di Khartoum, avendo imparato la lezione dal lungo conflitto nel sud e nel Darfur, si impegni ad affrontare le questioni da lungo tempo irrisolte alla base della battaglia dei nuba: per prima cosa, il riconoscimento della dignità dei nuba e il loro diritto a godere di un certo grado di autonomia nell'amministrazione della loro area; in secondo luogo, la depredazione delle risorse naturali e la politica di arabizzazione e islamizzazione insieme al tentativo concreto di sradicare la cultura indigena Nuba". (Nigrizia - 31/01/2011)




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