"Popoli in fuga"

14.07.2011

di Laura Boldrini

"Fare una graduatoria delle crisi umanitarie più gravi è sempre qualcosa di difficile poichè la sofferenza e la morte causata da violenze e stenti racchiude sempre una componente drammatica che, per chi la vive e la subisce, non ha pari in termini di gravità.

"Anche un solo rifugiato é troppo, anche un solo bambinio che nasce e cresce in un campo per rifugiati è già troppo. Una sola famiglia costretta ad andarsene, è troppo" scandisce, per sottolineare questo concetto, una campagna di sensibilizzazione dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati.

Volendo però usare dei parametri di valutazione, non c'è dubbio che oggi quella della Somalia sia la crisi umanitaria più grave del pianeta. Lo ha potuto constatare direttamente l'Alto Commissario Antonio Guterres in visita nella regione del Corno d'Africa che ha affermato senza esitazione: "In questi anni ho visitato molti campi profughi nel mondo ma non ho mai visto persone arrivarci in tali disperate condizioni. Una tragedia umana di proporzioni inimmaginabili".

I racconti dei rifugiati somali che arrivano in Kenia e Etiopia sono agghiaccianti. Alcuni hanno camminato a piedi per quattro settimane prima di raggiungere la frontiera senza più acqua e cibo. Ci sono famiglie che durante la fuga sono state derubate del poco che avevano. Donne che hanno subito violenze sessuali da gruppi di banditi armati. Bambini che sono stati attaccati e divorati da branchi di iene fameliche. Molti di coloro che stanno arrivando in questi giorni nei paesi confinanti hanno visto morire durante la lunga marcia membri della propria famiglia, specialmente bambini e vecchi.

Il livello senza precedenti di grave malnutrizione che si riscontra tra i nuovi arrivati, specialmente tra i bambini, è addirittura del 50 per cento. Molti piccoli che giungono a destinazione, nonostante le cure d'emergenza e l'alimentazione terapeutica, muoiono nelle 24 ore successive.

A rendere la situazione della popolazione somala così drammatica è la combinazione di diversi fattori: una siccità che da due anni ha colpito l'intero Corno d'Africa provocando la drastica riduzione dei raccolti, l'innalzamento dei prezzi alimentari e la decimazione del bestiame, oltre all'inasprimento degli scontri tra forze governative e milizie di Al Shabaab e alle difficoltà a portare gli aiuti a causa dell'insicurezza.

Ma anche per assistere le migliaia di somali che ogni giorno attraversano il confine con il Kenia e l'Etiopia dopo aver camminato per settimane, è necessario che vi sia una rapida ed energica risposta della comunità internazionale senza la quale si mette a serio rischio la continuazione delle attività di soccorso.


Il campo di Daadab in Kenia, nato venti anni fa per ospitare 90 mila persone, oggi ne contiene oltre 380mila, con una media di 1.400 nuovi arrivi al giorno, mentre nel sud est dell' Etipopia l'Alto Commissariato ha aperto tre nuovi campi dove arrivano circa 1.700 somali ogni giorno.

Oltre 750mila somali hanno trovato rifugio nei paesi vicini: Kenia, Etiopia e Yemen, mentre circa 1.5 milioni sono gli sfollati all'interno della Somalia. Ovvero, un quarto dei 7,5 milioni di somali vive fuori delle proprie abitazioni.

Di tutto questo sui media italiani, tranne qualche rara eccezione, non vi è traccia. Il dramma di un intero paese legato storicamente all'Italia, non ottiene alcuno spazio, nè di cronaca nè di commento. E' come se a Mogadiscio e dintorni non stesse accadendo nulla di così rilevante da doverne parlare. Salvo quando qualche somalo arriva a Lampedusa. Allora è subito emergenza".

Articolo apparso su "La Repubblica Solidale" il 12 luglio 2011 sull'emergenza umanitaria in Somalia.

 

Laura Boldrini

 

 






 
 
           

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