Casa Maìn per ragazze a rischio

16.12.2011

Intervista a suor Ines Morales

Intervista a suor Ines Morales, dal sito delle Figlie di Maria Ausiliatrice, lunedì 5 dicembre 2011.

Lavoro minorile, alto tasso di criminalità, povertà e violenze quotidiane. A volte essere un bambino in Bolivia è impresa difficile. I bambini iniziano a lavorare prestissimo, a cinque sei anni, e se alcuni lavorano dopo la scuola altri a scuola non ci vanno per niente. Le bambine e le ragazze sono quelle più a rischio: maltrattate e sfruttate sin da piccole per loro la possibilità di uscire da questa realtà di prevaricazione sono poche. Suor Ines Morales è la direttrice di Casa Maìn, casa famiglia per ragazze a rischio a Santa Cruz, Bolivia. Dirige la casa da sei anni e ci ha raccontato il suo lavoro».

Quante suore fanno parte della comunità?

«Siamo 9 suore, tre delle quali assistenti a tempo pieno, mentre le altre sono impegnate, oltre che nel lavoro educativo, in altre attività. Insieme a noi ci sono anche le educatrici che ci danno un grande aiuto nel seguire le ragazze e col lavoro didattico. Senza il loro prezioso contribuito non ce la faremmo».

Quante bambine ospitate?

«Sono 118 tra bambine ragazze e giovani, tra i quattro e i 18 anni. Qualcuna ha anche superato la maggiore età».

Come arrivano a casa Maìn?

«Arrivano da noi perché affidate dal tribunale dei minori. Ogni caso di ragazza, o bambina, a rischio che passa dal tribunale viene mandata da noi».
Che storie hanno alle spalle?
«Storie di violenza innanzitutto. Le nostre bambine hanno dietro di loro una scia di violenze che comincia dalla loro nascita. Alcune sono orfane altre vivono con un solo genitore, altre abbandonate: le chiamano ragazze della e nella strada. Molte di loro si ritrovano coinvolte in giri criminali, vengono abusate sessualmente, sfruttate nel lavoro emarginate perché malate».

Accogliete anche ragazze con particolari disturbi?

«Sì. Anche se noi non vorremmo farci carico anche delle bambine che soffrono di disturbi mentali. Perché loro necessitano di attenzioni particolari e di persone specializzate che siano in grado di seguirle in maniera adeguata. Ci sono infatti ragazze con ritardo mentale, chi soffre di epilessia e chi di sindrome di down. Ma il tribunale ce le affida lo stesso perché non esistono strutture adeguate per accoglierle e curarle».

Come si svolge il vostro lavoro con loro?

«Cerchiamo di dar loro tutto l'affetto che prima non hanno avuto. Le accettiamo così come sono: cariche di rabbia e di dolore. Spesso manifestano atteggiamenti aggressivi e scaricano su di noi le loro frustrazioni ma sappiamo che sotto questo comportamento vi è una richiesta di amore e comprensione. Noi ricreiamo un clima familiare all'interno della Casa per far sì che a poco a poco riacquistino fiducia in loro stesse col fine di guarire le loro ferite».

Esistono ex allieve che una volta uscite da Casa Maìn sono riuscite a inserirsi nella società?

«Ci sono quelle che riescono a terminare gli studi e trovano un lavoro onesto. Ci sono quelle che si creano una famiglia e che sanno di non dover commettere con i loro figli gli errori che sono stati fatti con loro. Queste giovani sono molto riconoscenti a Casa Maìn e tornano spesso a trovarci anche se sono grandi e le educatrici dell'epoca non ci sono più. Sentono che Casa Maìn è la loro casa.
E poi purtroppo ci sono quelle che scappano, tornano sulla strada perché lì la vita è più facile e fanno ciò che vogliono. Sono quelle ragazze che non sono riuscite ad interiorizzare la proposta educativa. Queste ultime a volte tornano altre volte le troviamo sulla strada altre volte sono ragazze madri».
La gioia e la sofferenza più grande vissuta con loro.
«Gioia e dolore sono sentimenti che si alternano durante il cammino di condivisione con la situazione delle nostre ragazze. Umanamente facciamo di tutto per comprenderle e accettarle come sono e volerle bene davvero. Quando pensiamo che in loro ci sono le ferite di Cristo, sperimentiamo la gioia di guarire le sue ferite con la pazienza. Siamo felici quando vediamo che poco a poco il loro comportamento cambia e iniziano a sorridere. Noi le incoraggiamo a vivere felici perché a Casa Maìn hanno trovato la Madonna Ausiliatrice che le guiderà, le guarirà, avrà cura di loro e le difenderà da tutti i percoli».

Cosa ha imparato durante la direzione di Casa Maìn?

«Col mio affetto, che manifesto nei piccoli gesti della giornata, mi sembra quasi di chiedere loro perdono, per le sofferenze che hanno subito, senza meritarlo, fin da piccole. Il mio servizio vuole essere quello di Gesù, che si è inchinato e ha lavato i piedi ai suoi».

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