Il mondo ha sempre più bisogno di pace
12.01.2012
Anche il 2012 si è aperto con episodi di violenza che accrescono un forte clima di tensione e di paura là dove si tenta la via del negoziato e del dialogo e ci si appella al legittimo "diritto allo sviluppo".
Nella contea di Pibor, nel Sud Sudan, centro-orientale, circa 3.000 persone, tra cui un centinaio di bambini, sono rimasti uccisi nello scontro tra due gruppi etnici locali: i "luo nuer" e i "murie". Si tratta di una nuova emergenza umanitaria che la comunità internazionale dovrà fronteggiare in favore di decina di migliaia di persone che sono riuscite a sfuggite agli attacchi. Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu si dice preoccupato per la ripresa degli scontri concentrati ora nella regione sud-sudanese dello Jongley.
In Nigeria, dopo i sanguinosi scontri contro i cristiani nella città di Gombe, nel nord-est del Paese a Natale, continuano nell'ex capitale nigeriana Lagos le proteste contro la decisione del governo di tagliare i sussidi per i carburanti. Nonostante la Nigeria sia il primo esportatore di greggio dell'Africa e l'ottavo al mondo, manca ancora oggi di adeguati impianti per i processi di raffinazione del petrolio ed è costretto ad acquistare benzina e diesel all'estero. La promessa del presidente Goodluck Jonathan di evolvere la somma di circa otto miliardi di dollari, ottenuta con il taglio dei sussidi al miglioramento delle infrastrutture, ha provocato le reazioni dei sindacati. Un palese scetticismo e un giustificato allarme circolano tra la gente per l'aumento del prezzo del greggio.
Un rapporto di 80 pagine a cura di Amnesty International, dal titolo: "Un anno di rivolta. La situazione dei diritti umani in Medio Oriente e Africa del Nord", fornisce un interessante excursus sugli avvenimenti che hanno caratterizzato il 2011 e sottolinea come alla richiesta di nuove riforme e soprattutto di ‘democrazia' da parte di alcune popolazioni del nord Africa, i governi hanno risposto con la repressione e la violenza.
Philip Luther, direttore ad interim per il Medio Oriente e l'Africa del Nord di Amnesty International, ha sottolineato che l'audacia e la forza di alcuni uomini e soprattutto di alcune donne, sono la prova di "un'incredibile resistenza di fronte a una repressione a volte furibonda e (del fatto di non essere) disposti a farsi prendere in giro da riforme che modificherebbero poco o nulla il modo in cui sono stati trattati dalla polizia e dalle forze di sicurezza. Questi movimenti vogliono cambiamenti concreti nel modo in cui sono governati e pretendono che chi in passato ha commesso violazioni dei diritti umani sia chiamato a renderne conto".
Il rapporto non nasconde, però, che la caduta dei regimi di Tunisia, Egitto e Libia, finora non ha portato i frutti sperati. Passata l'euforia iniziale della vittoria, ben presto si è assistito a gravi violazione dei diritti umani perpetrate da alcuni funzionari dei governi o dalla stessa giunta militare.
In Egitto il Consiglio supremo delle forze armate (Scaf), continua con il suo braccio di ferro e si teme - si legge nel rapporto - che "potrebbe tentare ulteriormente di limitare le possibilità dei cittadini egiziani di protestare ed esprimere liberamente le loro opinioni".
In Libia, "le gravi violazioni dei diritti umani commesse dalle forze ostili a Gheddafi sono state raramente oggetto di condanna".
In Siria, continuano le uccisioni e le torture da parte dell'esercito e dei servizi segreti, sui manifestanti e sugli oppositori del regime.
Nello Yemen possiamo parlare di vera e propria emergenza umanitaria. Più di 200 persone e altre centinaia di civili sono rimasti uccisi negli scontri tra sostenitori e oppositori del capo dello Stato Ali Abdullah Saleh, ritenuto oggi, responsabile di crimini di guerra commessi nel corso di 33 anni di governo.
In Bahrein "a novembre, la pubblicazione di un rapporto indipendente da parte di una commissione internazionale di esperti sulle violazioni dei diritti umani collegate alle proteste aveva fatto sperare che il Paese potesse iniziare a girare pagina. La serietà dell'impegno del governo ad attuare le raccomandazioni della commissione è, tuttavia, ancora da verificare".
In Arabia Saudita e in Iran dopo gli ultimi disordini sono aumentati i controlli che hanno messo un vero bavaglio all'informazione con una sistematica politica di repressione da parte del governo.
Le soluzioni definitive agli ultimi avvenimenti del 2011 "sono stati " incoerenti - si legge nel rapporto - e non hanno saputo cogliere la portata della sfida posta ai regimi repressivi della regione".
"Il sostegno dei poteri mondiali alle popolazioni del Medio Oriente e dell'Africa del Nord è stato esemplarmente irregolare. Tuttavia, ciò che fa impressione rispetto agli eventi del 2011 è che, con poche eccezioni, il cambiamento è stato in larga parte ottenuto grazie agli sforzi delle persone che sono scese in strada e non all'influenza e al coinvolgimento delle potenze straniere. Le persone comuni di tutta la regione non ci stanno a veder fermata la loro lotta per la dignità e la giustizia, ed è questo che ci dà speranza per il 2012", ha concluso Luther.
Sorge spontanea, dunque una riflessione sul valore universale della pace quale bene prezioso di tutti. Occorre, però ricordare che "la pace - come ha scritto Baruch Spinoza, uno dei principali pensatori del razionalismo del XVII secolo - non è assenza di guerra (ma) ... una virtù, uno stato d'animo, una disposizione alla benevolenza, alla fiducia, alla giustizia", e secondo Benedetto XVI: "un anelito insopprimibile presente nel cuore di ogni persona, al di là delle specifiche identità culturali."
Il tema della 45esima Giornata Mondiale della pace che abbiamo appena celebrato e dal titolo: "Educare i giovani alla pace" è rivolto particolarmente ai giovani. Il papa c'invita ad approfondire il valore della pace, in un mondo globalizzato dove si avverte sempre più la necessità di impegnarsi per una cultura della convivenza pacifica.
E' un monito a contrastare ogni forma d'intolleranza e di violenza. Educare alla pace - ha ricordato Benedetto XVI - è soprattutto ‘evangelizzare'. "Essere e diventare "uomini e donne veramente pacifici e costruttori di pace", è educare le nuove generazioni ai valori della giustizia e del rispetto reciproco. E' anteporre il perdono e la riconciliazione alla prepotenza, al fine di risolvere i conflitti e le differenze generazionali. È rispettando la persona che si promuove la pace - ha ricordato ancora una volta il papa - e si prepara un futuro sereno per le nuove generazioni". Nel suo messaggio il papa non si limita a elencare i problemi che affliggono oggi il mondo ma va oltre invitando i giovani ad essere "infaticabili operatori di pace e strenui difensore della dignità della persona umana e dei suoi inalienabili diritti". Di qui l'invito affinché "non venga mai meno il contributo di ogni credente alla promozione di un vero umanesimo integrale".
All'inizio di un nuovo anno, Benedetto XVI si rivolge anche a tutti i responsabili che operano nell'ambito religioso, sociale, politico, economico, culturale e della comunicazione a non lasciarsi scoraggiare dalle difficoltà del momento presente per inculcare nei giovani, la forza della verità, il valore della vita umana, per "guardare al futuro con speranza e varcare la soglia del 2012 con un animo colmo di gratitudine."
In Nigeria, dopo i sanguinosi scontri contro i cristiani nella città di Gombe, nel nord-est del Paese a Natale, continuano nell'ex capitale nigeriana Lagos le proteste contro la decisione del governo di tagliare i sussidi per i carburanti. Nonostante la Nigeria sia il primo esportatore di greggio dell'Africa e l'ottavo al mondo, manca ancora oggi di adeguati impianti per i processi di raffinazione del petrolio ed è costretto ad acquistare benzina e diesel all'estero. La promessa del presidente Goodluck Jonathan di evolvere la somma di circa otto miliardi di dollari, ottenuta con il taglio dei sussidi al miglioramento delle infrastrutture, ha provocato le reazioni dei sindacati. Un palese scetticismo e un giustificato allarme circolano tra la gente per l'aumento del prezzo del greggio.
Un rapporto di 80 pagine a cura di Amnesty International, dal titolo: "Un anno di rivolta. La situazione dei diritti umani in Medio Oriente e Africa del Nord", fornisce un interessante excursus sugli avvenimenti che hanno caratterizzato il 2011 e sottolinea come alla richiesta di nuove riforme e soprattutto di ‘democrazia' da parte di alcune popolazioni del nord Africa, i governi hanno risposto con la repressione e la violenza.
Philip Luther, direttore ad interim per il Medio Oriente e l'Africa del Nord di Amnesty International, ha sottolineato che l'audacia e la forza di alcuni uomini e soprattutto di alcune donne, sono la prova di "un'incredibile resistenza di fronte a una repressione a volte furibonda e (del fatto di non essere) disposti a farsi prendere in giro da riforme che modificherebbero poco o nulla il modo in cui sono stati trattati dalla polizia e dalle forze di sicurezza. Questi movimenti vogliono cambiamenti concreti nel modo in cui sono governati e pretendono che chi in passato ha commesso violazioni dei diritti umani sia chiamato a renderne conto".
Il rapporto non nasconde, però, che la caduta dei regimi di Tunisia, Egitto e Libia, finora non ha portato i frutti sperati. Passata l'euforia iniziale della vittoria, ben presto si è assistito a gravi violazione dei diritti umani perpetrate da alcuni funzionari dei governi o dalla stessa giunta militare.
In Egitto il Consiglio supremo delle forze armate (Scaf), continua con il suo braccio di ferro e si teme - si legge nel rapporto - che "potrebbe tentare ulteriormente di limitare le possibilità dei cittadini egiziani di protestare ed esprimere liberamente le loro opinioni".
In Libia, "le gravi violazioni dei diritti umani commesse dalle forze ostili a Gheddafi sono state raramente oggetto di condanna".
In Siria, continuano le uccisioni e le torture da parte dell'esercito e dei servizi segreti, sui manifestanti e sugli oppositori del regime.
Nello Yemen possiamo parlare di vera e propria emergenza umanitaria. Più di 200 persone e altre centinaia di civili sono rimasti uccisi negli scontri tra sostenitori e oppositori del capo dello Stato Ali Abdullah Saleh, ritenuto oggi, responsabile di crimini di guerra commessi nel corso di 33 anni di governo.
In Bahrein "a novembre, la pubblicazione di un rapporto indipendente da parte di una commissione internazionale di esperti sulle violazioni dei diritti umani collegate alle proteste aveva fatto sperare che il Paese potesse iniziare a girare pagina. La serietà dell'impegno del governo ad attuare le raccomandazioni della commissione è, tuttavia, ancora da verificare".
In Arabia Saudita e in Iran dopo gli ultimi disordini sono aumentati i controlli che hanno messo un vero bavaglio all'informazione con una sistematica politica di repressione da parte del governo.
Le soluzioni definitive agli ultimi avvenimenti del 2011 "sono stati " incoerenti - si legge nel rapporto - e non hanno saputo cogliere la portata della sfida posta ai regimi repressivi della regione".
"Il sostegno dei poteri mondiali alle popolazioni del Medio Oriente e dell'Africa del Nord è stato esemplarmente irregolare. Tuttavia, ciò che fa impressione rispetto agli eventi del 2011 è che, con poche eccezioni, il cambiamento è stato in larga parte ottenuto grazie agli sforzi delle persone che sono scese in strada e non all'influenza e al coinvolgimento delle potenze straniere. Le persone comuni di tutta la regione non ci stanno a veder fermata la loro lotta per la dignità e la giustizia, ed è questo che ci dà speranza per il 2012", ha concluso Luther.
Sorge spontanea, dunque una riflessione sul valore universale della pace quale bene prezioso di tutti. Occorre, però ricordare che "la pace - come ha scritto Baruch Spinoza, uno dei principali pensatori del razionalismo del XVII secolo - non è assenza di guerra (ma) ... una virtù, uno stato d'animo, una disposizione alla benevolenza, alla fiducia, alla giustizia", e secondo Benedetto XVI: "un anelito insopprimibile presente nel cuore di ogni persona, al di là delle specifiche identità culturali."
Il tema della 45esima Giornata Mondiale della pace che abbiamo appena celebrato e dal titolo: "Educare i giovani alla pace" è rivolto particolarmente ai giovani. Il papa c'invita ad approfondire il valore della pace, in un mondo globalizzato dove si avverte sempre più la necessità di impegnarsi per una cultura della convivenza pacifica.
E' un monito a contrastare ogni forma d'intolleranza e di violenza. Educare alla pace - ha ricordato Benedetto XVI - è soprattutto ‘evangelizzare'. "Essere e diventare "uomini e donne veramente pacifici e costruttori di pace", è educare le nuove generazioni ai valori della giustizia e del rispetto reciproco. E' anteporre il perdono e la riconciliazione alla prepotenza, al fine di risolvere i conflitti e le differenze generazionali. È rispettando la persona che si promuove la pace - ha ricordato ancora una volta il papa - e si prepara un futuro sereno per le nuove generazioni". Nel suo messaggio il papa non si limita a elencare i problemi che affliggono oggi il mondo ma va oltre invitando i giovani ad essere "infaticabili operatori di pace e strenui difensore della dignità della persona umana e dei suoi inalienabili diritti". Di qui l'invito affinché "non venga mai meno il contributo di ogni credente alla promozione di un vero umanesimo integrale".
All'inizio di un nuovo anno, Benedetto XVI si rivolge anche a tutti i responsabili che operano nell'ambito religioso, sociale, politico, economico, culturale e della comunicazione a non lasciarsi scoraggiare dalle difficoltà del momento presente per inculcare nei giovani, la forza della verità, il valore della vita umana, per "guardare al futuro con speranza e varcare la soglia del 2012 con un animo colmo di gratitudine."
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