La libertà religiosa è la via della pace: settimana di preghiera per l'unità dei cristiani
25.01.2012
«Ho sempre detto che dobbiamo aiutare un indù a diventare un indù migliore, un musulmano a diventare un musulmano migliore e un cattolico a diventare un cattolico migliore. Così Madre Teresa di Calcutta esortava le sue figlie a essere d'esempio alla gente. Attorno a noi - diceva - abbiamo 475 anime: di queste, solo 30 famiglie sono cattoliche. Le altre sono indù, musulmane, sikh... Sono tutti di religioni diverse, ma tutti quanti vengono alle nostre preghiere».»
Per Madre Teresa era la persona che contava e non la sua religione. Pregare per l'unità dei cristiani voleva dire soprattutto accostarsi all'altro con riverenza e rispetto. Era l'amore a contare e non l'appartenenza a una determinata religione o cultura, era la certezza di incontrare in ciascuno di loro un Dio sempre vicino ai poveri, agli esclusi, ai malati, all'uomo della strada che la spingeva al dono di sé incondizionato.
La sua carità era la linfa che univa sia mussulmani che buddisti, sia induisti che cristiani, alla base di ogni incontro c'era la ricerca di un dialogo generatore di unità, pace, giustizia e fratellanza.
Pregare per l'unità significa anche oggi escludere "ogni etnocentrismo o tribalismo, regionalismo e ogni particolarismo eccessivo, cercando invece di promuovere la riconciliazione e una vera comunione tra le diverse etnie, favorendo la solidarietà e la condivisione".
La mobilità umana rende possibile oggi, in virtù dei fenomeni migratori, uno scambio di culture e di religioni per questo in una società globalizzata come la nostra l'ecumenismo non può e non deve limitarsi a sette giorni di preghiera o a sporadiche iniziative interconfessionali, di confronto culturale o di informazione ecumenica, perché l'essere uniti é una scelta di tutti i giorni, uno stile di vita che deve caratterizzare cristiani e non cristiani. L'unità si costruisce a casa, a scuola, a lavoro, nelle città, nei quartieri e persino all'interno delle nostre famiglie, essa nasce nel profondo del cuore umano e si concretizza in atteggiamenti, convinzioni, comportamenti e stili di vita. E' superando le divergenze e cercando ciò che ci unisce e non quello che ci divide che si è uniti e si vive in pace. "Un cristianesimo diviso - ha scritto qualcuno - resta uno scandalo," perché oltre ad una conflittualità culturale oggi assistiamo anche ad una conflittualità interreligiosa che si sta allargando a macchia d'olio e l'esigenza di promuovere una vera ‘cultura di comunione' che valorizzi le risorse di tutti è un imperativo al quale non dobbiamo rinunciare.
L'ecumenismo implica un esodo, un cammino di riflessione, di maturazione e un ‘dialogo globale' insieme a tutte le chiese, un ritrovarsi per guardare al mondo come la casa di tutti, ai popoli come fratelli da amare, alle religioni come patrimoni da custodire e valorizzare. Non ci può essere unità senza pluralità e questo comporta che ogni chiesa mantenga il proprio volto sempre nel rispetto delle singole individualità.
Lavorare per l'unità significa maturare la consapevolezza che le religioni non hanno il monopolio della religione e che rivolgersi a un ‘Qualcuno' invocato con nomi diversi ma riconosciuto da tutti come l'Altro per eccellenza, significa confessare la propria ‘fede' in un Colui che guida la storia degli uomini e che dà un senso alla vita. A bando, dunque le forme di razzismo, d'intolleranza religiosa, le manipolazioni del concetto d'identità religiosa, le prese di posizioni ideologiche o politiche, il senso di scetticismo e la tendenza all'omologazione delle culture e delle religioni che creano divisioni e uccidono l'unità.
Le chiese in quanto luoghi di culto devono essere comunità accoglienti e aperte dove ci si ama e ci si stima, luoghi dove si prega pur se in lingue e riti diversi ma sempre in nome di quell'unità che rispetta la diversità e riconosce nella propria interiorità e in quella dell'altro, una 'Presenza' nascosta ma profondamente palpabile. I nostri gesti di unità devono essere "espressione di chiesa", quasi un abbraccio planetario che si estende a tutti i popoli della terra, a una famiglia di uomini e donne sempre più viva e operante che lavora insieme allo sviluppo integrale dell'essere umano. Nell'immagine di chiesa come famiglia si racchiude l'aspetto comunitario dell'unità, della 'communio' che - come è stato affermato nel primo Sinodo dedicato all'Africa -"deve necessariamente poter esprimersi come premura per l'altro, solidarietà, calore delle relazioni, accoglienza, dialogo e fiducia: tratti tipici e ben radicati delle culture africane".
Pregare per l'unità, dei cristiani non è dunque un'iniziativa isolata o sporadica, opera di pochi ma un impegno a 360 gradi che coinvolge i rapporti umani e influisce sulle scelte di tutti i giorni. Perché l'unità non sia un'utopia occorrerà scegliere la via del dialogo che supera le differenze e va ben oltre la tolleranza.
"Se tutti noi credenti in Dio desideriamo servire la riconciliazione, la giustizia e la pace, dobbiamo operare insieme per bandire tutte le forme di discriminazione, di intolleranza e di fondamentalismo confessionale. Nella sua opera sociale, la Chiesa non fa distinzione religiosa. Essa aiuta chi è nel bisogno, sia egli cristiano, musulmano o animista. Testimonia così l'amore di Dio, creatore di tutti, e incoraggia i seguaci delle altre religioni ad un atteggiamento rispettoso e ad una reciprocità nella stima. Esorto tutta la Chiesa - scrive Benedetto XVI - a ricercare, mediante un dialogo paziente con i musulmani, il riconoscimento giuridico e pratico della libertà religiosa, così che in Africa ogni cittadino possa godere non soltanto del diritto ad una libera scelta della propria religione e all'esercizio del culto, ma anche del diritto alla libertà di coscienza.La libertà religiosa è la via della pace.(ESORTAZIONE APOSTOLICA POSTSINODALE AFRICAE MUNUS DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI)
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